Salviamo il nostro futuro: aiutiamo gli screenagers a tornare alla realtà. Ripartiamo dalla consapevolezza: il Mindful parenting.

Parlando una sera a cena con un’amica educatrice della prima infanzia mi sono ritrovata drammaticamente di fronte ad un tema che già si presenta come un problema per il nostro futuro.

Come fare a non creare distorsioni mediate dalla tecnologia sin dalla primissima infanzia ?

fonte: pupa.it

Se da genitori siamo orgogliosi del fatto che il nostro bebè a 6 mesi smette di piangere con il “ciuccio elettronico”, ovvero il telefonino, e lo reputiamo intelligentissimo perché “scrolla” il video come un adulto, facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire che sta accadendo.

L’educatrice con cui parlavo mi raccontava di come quest’abitudine stesse provocando difficoltà di risposta alle stimolazioni di contatto corporeo,  in caso fosse necessario tranquillizzare il piccolo. “Se piange è più probabile che smetta rapidamente se attratto da uno schermo, piuttosto che con la “cullata” del genitore” mi raccontava.

 

Alla luce delle sempre più numerose evidenze c’è da riflettere.

Numerosi studi dimostrano che un utilizzo eccessivo di strumenti digitali “può comportare: iperattività, disturbi del sonno, mancanza di concentrazione, disturbi dell’umore, della regolazione delle emozioni e allontanamento del bambino dai rapporti sociali a discapito delle sue capacità comunicative”www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/bambini-col-digitale-piu-danni-o-piu-vantaggi-che-fare/.

Le Neuroscienze sottolineano l’importanza di una sana educazione alla relazione con il corpo che si stabilisce con il contatto fisico, proprio nella più tenera età, e che forma, sin dagli inizi della nostra vita, il nostro modo di rispondere  allo stress, comincia ad essere preoccupante osservare questi fenomeni.

Oggi in Mindfulness si parla molto del “genitore consapevole”, spesso in relazione agli adolescenti, ma di recente adesso sempre più riferendosi alla necessità di presenza in età scolare  e di prima infanzia.

Il genitore non nasce “imparato” e va aiutato a comprendere.

Difficile avere figli e poterli seguire in una società dove padre e madre non sanno a loro volta gestire lo stress.

La Mindfulness, che sempre più si sta rivelando lo strumento più adatto nella nostra società occidentale a riconnettere mente e corpo e quindi a modulare le risposte neurovegetative in relazione agli stimoli stressogeni, può diventare anche un ottimo strumento per aiutare i figli dalla tenerissima età a star bene. Ecco perché è nata la Mindful  parenting : Susan Bogels, psicoterapeuta cognitivista che da oltre vent’anni collabora con Kabat Zinn sul tema, ne parla come della partica adatta a trovare dentro di noi la risposta alle nostre domande come genitori, con strumenti che sono sempre a portata di mano, andando al di là dei compiti quotidiani e ritrovando il piacere della cura che, come un amorevole abbraccio, riguarda la crescita di tutti i membri della famiglia

 

Di fronte agli allarmisti che già parlano di un futuro dove l’autismo e l’incapacità relazionale diventerà la nuova emergenza, mi pongo con l’intento di trovare adesso soluzioni e seminare Fiducia.

In primo luogo siamo di fronte a generazioni nuove. Per i bimbi nati dagli anni 90 del secolo scorso  alcuni ricercatori orientali hanno parlato di coscienze capaci di vibrare a frequenze più alte anche sul piano fisico. Nella cultura medica orientale, dove  si  studiano i corpi energetici degli individui, li hanno ribattezzati bambini indaco o cristallo, capaci di incarnare energie necessarie all’evoluzione dell’umanità. In effetti non ci vuole molto a notare come le nuove generazioni ,se osservate con occhi liberi da pregiudizi, siano realmente “modelli avanzati”.

La cultura del bambino dalla fine del  XX secolo ha rovesciato la clessidra passando dal considerare l’essere umano dalla nascita  un piccolo “deficiente” , immaturo e bisognoso di formarsi attraverso indottrinamento, ad un individuo portatore di verità, un piccolo saggio da accogliere in un ambiente capace di “educere”, ovvero di portare alla luce talenti già innati.

In quest’ottica allora la necessità di ascoltare, fare spazio, non avere fretta di adeguare agli standard correnti i “nuovissimi”, quanto invece cercare di comprendere ciò che possono rappresentare come potenziale futuro dell’umanità. E sicuramente la tecnologia in una prima fase di apprendimento,  impedisce al processo evolutivo della primissima e prima infanzia di sviluppare le potenzialità innate  in modo integrale.

Se siamo tra coloro che non si stupiscono delle battute che i loro figli o nipoti fino a 3/6 anni ci propinano, sintetizzando concetti a dir poco filosofici, allora saremo già pronti a dedicare il nostro tempo al confronto , alla creazione di un ambiente adatto. Lo possono fare anche coloro che sono stati educatori delle passate generazioni e sentendo questa vocazione,  possono aggiornarsi e offrire anche il loro tempo da pensionati  a un servizio di accompagnamento: diventare ad esempio         “nonni in prestito”  per una  generazione che necessita più di presenza umana che di screens/schermi.

Una collega americana, Delaney Ruston, medico di base e filmaker,  nel 2016 ha prodotto un documentario, con il supporto di molti studiosi e ricercatori, esperti di neuroscienze e psicologia dell’età evolutiva, per parlare  degli “screenagers” e dei rischi connessi al crescere nell’era digitale. La Ruston, che da medico  ha anche scelto la via della comunicazione social, non mette solo in guardia ma,  anche da madre, sperimenta e propone soluzioni attraverso  il sito  www.screenagersmovie.com, che fa da collettore per un movimento d’opinione che sta aiutando molte famiglie a trovare la chiave per creare ambienti salutari e “salvare”, amandolo, con più tempo, ascolto e presenza,  il nostro futuro.

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Il Cibo Amico

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